Portare in scena
El moroso de la nona, poetica e divertente commedia del veneziano Giacinto Gallina, è stata la naturale conseguenza di un pensiero che stava girando nella mia testa da qualche tempo: allestire uno spettacolo che fosse un omaggio ai due “grandi vecchi” del Piccolo Teatro del Garda:
Tina Gelmetti e Giuseppe Tosi.
Da sempre fanno parte della Compagnia, si sono distinti per la loro passione, l’impegno e la voglia di divertirsi e hanno partecipato alla maggior parte degli allestimenti (
Il Campiello, Il barbiere di Siviglia, Una delle ultime sere di Carnovale, Ora no tesoro, Taxi a due piazze, Due più due?, Alleluja Brava gente, Un trapezio per Lisistrata) ma entrambi, per quella dose di rara saggezza che arriva con l’avanzare degli anni, hanno espresso il desiderio di non impegnarsi, in nuove produzioni, se non in piccole parti, portando avanti però gli impegni già in essere.
Ho proposto allora a Tina e Beppino di prendere parte a un ultimo lavoro che li vedesse protagonisti, avendo al loro fianco alcuni giovani alla prima esperienza con una parte teatrale, in una sorta di ideale passaggio di testimone. Ho detto in tono scherzoso: “Non serve nemmeno il trucco, abbiamo i due vecchi autentici”. E hanno accettato!
Nel copione, inoltre, si prevede che Rosa, la nonna, viva in casa del figlio Momolo e sia preoccupata per il nipote Nane che deve andare in regata. Ebbene, dal palcoscenico alla realtà il passo è breve in quanto nonna, figlio e nipote sulla scena, lo sono anche nella vita di tutti i giorni. Una curiosa coincidenza, che ha reso ancor più piacevole la scelta di questo testo.
L’allestimento, spostato ai primi anni del ‘900, è tradizionale e vede lo svolgersi dell’azione in casa di
Momolo, un gondoliere sposato in seconde nozze con
Betina e padre di due ragazzi:
Marieta e
Nane. Gente semplice e onesta. La vicenda ruota attorno al fatto di voler portare l’anziana nonna
Rosa a “l’ospedaleto dei veci”, per fare in modo che non debba patire le tribolazioni dell’inverno che sta arrivando.
Tra i dubbi e le certezze della famiglia si inseriscono due “siori”:
Carlo, che è innamorato di Marieta, ma che “no essendo de la so condizion” viene osteggiato, e l’anziano e burbero
zio Bortolo, che capiterà in casa per risolvere una faccenda personale scoprendo così che Rosa… ma il resto è commedia!
Giorgio Avanzini
L'AUTORE
Giacinto Gallina (Venezia, 31 luglio 1852– 13 febbraio 1897) è stato un commediografo italiano, considerato l'erede della grande stagione goldoniana. Ancora bambino, i genitori si separarono e Giacinto andò a vivere col padre assieme al fratello Enrico. Nella giovinezza, peraltro segnata dalla mancanza della figura materna, non si distinse particolarmente negli studi e i primi contatti con la commedia li ebbe solo tramite il padre che, essendo medico comunale, fu incaricato dal municipio di prestare servizio nei teatri. Abbandonati gli studi classici, entrò nell'orchestra del "Malibran" (era un buon violoncellista), arrotondando le entrate dando lezioni di pianoforte. Cominciò ad interessarsi veramente di teatro a sedici anni e il 22 ottobre 1870 riuscì anche a far rappresentare il suo primo lavoro Uno zio ipocrita, ottenendo però più critiche che apprezzamenti, sebbene qualcuno riconoscesse le sue potenzialità. Demoralizzato ma non ancora arreso (ad un amico scrisse: «La vita è una prova - Corriamo a provar»), decise, inizialmente a controvoglia, di convertirsi alla commedia dialettale ispirata di Carlo Goldoni. Spinto dal capocomico Angelo Moro-Lin, alla cui compagnia restò da ora sempre legato, scrisse Le barufe in famegia (ispirata alla goldoniana La famiglia dell'antiquario) che, rappresentata il 12 gennaio 1872, segnò il primo successo per il Gallina. Appena quarantenne, il commediografo cominciò ad ammalarsi gravemente, prima di tifo, quindi di un ascesso al fegato. Durante il ricovero in ospedale, il sindaco e amico Riccardo Selvatico lo unì civilmente alla convivente,l'attrice Paolina Campisi, ma morì poco dopo, nella casa di Rialto.
LA COMMEDIA
El moroso de la nona è forse la commedia più fortunata e popolare di tutto il teatro galliniano, anche se non può dirsi la migliore. Fortunata anche in virtù del titolo, fascinoso e suggestivo, indovinatissimo, tenero e comico nello stesso tempo. Rappresentata il 12 marzo 1875, al teatro Goldoni di Venezia, dalla compagnia di Angelo e Marianna Moro-Lin, riscosse un trionfale successo, che si rinnovò in altri teatri d’Italia e all’estero. Tradotta in dialetto piemontese, sotto il titolo Quand Berta filava, si cercò anche d’imitarla con Gli amori del nonno, di L. Marenco, che ebbe esito in felicissimo. Considerata dal Gallina suo “prediletto lavoro”, diede anche ispirazione e suggerimento a R. Selvatico per la stesura del delizioso gioiello I recìni da festa, rappresentati un anno dopo.